venerdì, ottobre 22, 2010

Giovanni Battista Pellegrini, Padova

A proposito di bilinguismo nella toponomastica

Per giustificare l'opportunità o la necessità di dizioni bilingui nella nomenclatura toponomastica di nazioni confinanti (o in seno al medesimo stato, qualora vi vivano delle minoranze allo glosse), Ettore De Toni¹, fin dai primi del secolo, e precisamente nel libretto - forse tra i primi del genere in Italia - intitolato I nomi geografici alle porte d'Italia (Venezia 1905), presentava nella «Prefazione», alcune osservazioni linguistiche, un po' alla buona (da notare che egli non era un glottologo e nemmeno un toponomasta, ma un naturalista). Il De Toni dunque osservava: «Ogni popolazione ha una spiccata simpatia per certi suoni che perciò spesso si ripetono nel suo idioma ed invece sente una decisa antipatia per altri che pure sono frequenti presso altri popoli» e dopo aver continuato il suo discorso con osservazioni ovvie, o banali, egli aggiungeva: «Di queste simpatie e antipatie devono necessariamente essere vittime i nomi geografici inventati da una popolazione allorché un'altra a lei si sostituisce o almeno con lei viene a contatto. Di tre specie saranno i nuovi battesimi che subirà l'ente [= oggetto] geografico: 1) Se il nome ha un significato intelligibile per la popolazione sovravvenuta, questa può tradurlo nella sua lingua e così formare il nome nuovo; è così che lo sloveno Medvode divenne per i tedeschi Zwischenwasser(n), il polacco Królewiec diventò in tedesco Königsberg [nella originaria Prussia orientale, in russo già Kjonigsberg], e dal 1946 Kaliningrad, il tedesco Zweibrücken divenne in italiano Dueponti ed in francese Duex Ponts e bipontini si chiamarono da noi i suoi abitanti, il ladino Silvaplauna divenne in tedesco Waldebene ecc. 2) Se il nome non ha significato intelligibile per i nuovi venuti, questi potranno inventare uno significativo per loro, per es. la posizione della città di Pisino nel bel mezzo dell'Istria le meritò il nome tedesco di Mitterburg, le ricostruzioni di case distrutte fecero sì che il villaggio sloveno Podšturjo [sarà invece Podturje, in Carinzia?] divenne per i tedeschi Neuhaus, la posizione sul Fiume Regen fece dare a Ratisbona il nome di Regensburg, per la tinta bianca delle case, l'antica Síngidunum divenne in serbo Beograd (Belgrado ‘città bianca’ ecc. 3) Tanto nel primo che nel secondo caso, una popolazione può far suo il nome dato dall'altra, ma, per le cause dapprima enunciate, difficilmente esso rimarrà inalterato e la modificazione sarà d'ordinario tanto più profonda quanto più lontane tra loro per natura dei suoni sono le lingue parlate dalle due nazioni... e talvolta la modificazione può essere soltanto ortografica ...». Così il De Toni, e nel complesso mi pare che egli, nella sua semplicità di eloquio, abbia colto correttamente i tre processi fondamentali nella formazione di una toponomastica bilingue o trilingue ecc. L'ultimo processo, quello dell'adattamento alla lingua nuova, è assai comune ovunque, come possiamo constatare da esempi tratti da varie aree europee. Nel suo libretto di 124 paginette il De Toni si preoccupa d'indicare le corrispondenze italiane per poche centinaia di toponimi che si riferiscono in buona parte all'allora Tirolo, all'Istria, alla Dalmazia ecc., ma anche ad altre regioni, quali l'Albania, i Grigioni, il Nizzardo, il Canton Ticino ecc. (e non mancano qua e là alcune sviste). 1 vari metodi e modalità per fornire i nuovi nomi locali consoni alla lingua della maggioranza o della minoranza, o in generale alla propria lingua per i toponimi più importanti dei vari stati stranieri, sono in sostanza quelli qui sopra elencati con grande semplicità e senza elucubrazione o sfoghi ed escandescenze ipernazionalistiche del De Toni che assume, occasionalmente, il ruolo del geografo (come abbiamo detto, egli ebbe per la scienza soprattutto vari meriti nel settore botanico e naturalistico). Il Tolomei nella costituzione del suo Prontuario che, nella prima - ma già matura - stesura, risale al 1916², riassumeva il sistema dei tre metodi con tre verbi e cioè «restituire» (caso particolare per l'Alto Adige, profondamente romanizzato e neolatino fino ad una certa epoca medievale che è difficile individuare con sicurezza), «sostituire» e di «creare», (ex novo), ove «sostituire», si equivale soprattutto a «tradurre», quando ciò sembrava necessario e possibile.³ Ho già altre volte4 cercato di individuare delle categorie di nomi locali altoatesini che sottostanno, nelle varie sezioni e sottosezioni, ai metodi del Tolomei e della «Commissione» da lui presieduta e certamente diretta secondo le sue concezioni. Tale casistica è stata esposta nelle linee direttrici principali ed essa non si allontana di molto da quanto aveva già annotato il De Toni. Assai più particolareggiata nell'individuare «die Arten der Ortsnamengebung» a proposito di questo processo generale (e particolare per l'Alto Adige) è la casistica di Johannes Kramer in due suoi precisi contributi dei quali ho già dato un ampio riassunto.5 Ma forse conviene che anche qui io ripeta i metodi individuati dallo studioso tedesco e cioè: 1) lasciare immutato il nome locale nella forma ed ortografia della lingua straniera;2) lasciarlo immutato nella forma locale con un adattamento ortografico alla grafia nazionale;3) rendere ed adattare il nome locale (cioè dialettale) nella lingua e grafia della lingua straniera standard (cioè ufficiale); 4) eseguire la medesima operazione, ma adattando l'ortografia alla lingua nazionale; 5) adattare la forma straniera alla fonetica della lingua nazionale; 6) tradurre il nome nella lingua nazionale; 7) impiegare due forme, una della lingua nazionale e l'altra nella lingua locale straniera. Il Kramer passa poi ad una esemplificazione concreta relativa all'Alto Adige/Südtirol per la quale rinvio al mio precedente scritto della «tavola rotonda» romana.6 Potremmo citare vari esempi che documentano i metodi usati in numerose nazioni europee. E bisogna sempre sottolineare che vari nomi, pur tradizionali, sono divenuti ufficiali in particolari frangenti ed epoche storiche. Non mancano del resto (lo abbiamo già visto!) le creazioni ex novo che hanno sostituito per breve o lungo tempo nomi locali di fondazione ed intitolazione assai remota. Ma gli esempi di nomi locali creati a tavolino non mancano e ne offre un succoso campionario ancora il Kramer. Ma sono anche frequenti i casi di adattamenti avvenuti spontaneamente nel corso dei secoli ed in periodi in cui non si può assolutamente pensare a spinte nazionalistiche. Così fin dal secolo XVII nomi tedeschi alsaziani sono stati trasferiti in forma francese ormai acclimatati e sopravvissuti sino al nostri giorni. Uno Zabern (dal lat. taberna) diviene Saverne pur non avendo quest'ultimo alcuna tradizione locale; oppure Schlettstadt che divenne Sélestat ecc. Si tratta di adattamenti per i quali abbiamo in Alto Adige una grande quantità di esempi. La Germania ha ricreato addirittura ufficialmente in vari periodi i nomi polacchi in dizione tedesca. Così Thorn per Toruń, Posen per Poznań7 e si ricorderà Auschwitz per Oświęcim (ma la forma tedesca troverebbe qui, secondo il Kramer, una giustificazione in vicini dialetti tedeschi); così il pomposo Gotenhafen per Gdynia che sostituisce la forma tedesca più autentica e cioè Gdingen (XVIII-1909, Bat. 18). Per esempi di plurilinguismo toponimico basterà dare una semplice occhiata all'Europa centro-orientale ove quasi tutte le città o regioni possiedono dizioni più o meno ufficiali in tre o quattro lingue (o più). Si pensi ad es. a Bratislava che fu ufficialmente Preßburg fino al 1867 e poi Pozony fino al 1918, ma circolante era pure la forma non ufficiale Prešporok. La romena Cluj, capitale della Transilvania, fu Klausenburg fino al 1867, e, fino al 1918, e tra il 1940 e 1945 Koloszvár con un contenuto semantico identico e adattamenti fonetici notevolmente diversi secondo i sistemi, assai differenziati, romeno e magiaro. Il nazionalismo romeno ha ora ufficializzato la dizione Cluj-Napoca ricorrendo al nome classico (di origine preromana), come nel caso di Turnw Severin-Drobeta. Timişoara fu Temeschwar-Josephstadt in tedesco fino al 1867 e poi con nome ungherese Temesvár fino al 1918, mentre i Serbi la denominano ancora Timišvar. L'ungherese Esztergon (da ant. Strigonia) fu Gran in tedesco sino al 1867 e Ostríhom in slovacco, oppure Ostrzyhom (polacco). In Jugoslavia Subotica era in tedesco Maria-Theresiopel fino al 1867 e Szabadka fino al 1918 e 1941-1944. Una denominazione quadrilingue come è ben noto è offerta dalla Transilvania (doc. latini medievali) in tedesco Siebenbürgen (o Siebenstühle) mentre il romeno Ardeal risulta un adattamento della denominazione magiara Erdõ (‘bosco’, ‘selva’). E qui potremmo continuare a lungo nel citare coniazioni recenti di nomi di luogo e la bibliografia non manca; soprattutto la polonizzazione della toponimia slesiana e di quella della Pomerania8 e si potrebbe citare - come mi suggerisce anche il Kramer - la sostituzione di nomi arabi con nomi ebraici moderni (che non sempre, sono di attestazione biblica). Un caso analogo è rappresentato dalla turchizzazione dei toponimi di Cipro settentrionale, ove nomi turchi originari erano rarissimi; al contrario la grecizzazione di nomi locali non greci (ad es. arumeni ecc.) entro i confini dello stato ellenico, ecc. Nel complesso, scorrendo i repertori europei si vede come i nomi locali tedeschi siano i più diffusi un po' ovunque, soprattutto con riferimento all'Impero Asburgico, ove si può dire che non manchi una dizione tedesca per i toponimi di una certa importanza, forme tedesche che non indicano tanto una tedeschizzazione degli abitanti, quanto una accurata attenzione delle cancellerie amministrative padronali per poter disporre costantemente o quasi di nomi locali nella propria lingua. Un caso particolare è poi rappresentato dalla tedeschizzazione, avvenuta nel corso dei secoli, della toponomastica sloveno-carinziana che si accompagna anche al rapidissimo (ma forse ciò è solo rispecchiato dai censimenti) declino della lingua slovena in Carinzia che un tempo era lingua maggioritaria. Così dalla Karta in imenik slovenskih in nemeških Krajevnih imen. Koroška/Kärnten (del 1972) si può distinguere i vari tipi di tedeschizzazione i quali anche qui sono quelli soliti; ad es. Brda, Brdo (‘monte’) viene reso con Egg (trad.) o con Werda (adattam.), Bistrica con Feistritz (adatt.), Gora ora con traduzione: Berg, ora Goriče con adattamento Goritschach; Loka con Laak (traduz. errata?), Podturje con una coniazione nuova Neuhaus, Selo con Zell adattamento e paraetimologia ecc. Fin dall'epoca medievale si nota nel documenti redatti in tedesco (ma il fenomeno è generale ovunque o quasi) la costante presenza di nomi in veste tedesca e per molte regioni ove genti germaniche non erano di certo presenti o per lo più esse rappresentavano una esigua minoranza. Cito qui pochi esempi assai significativi per la modalità della tedeschizzazione le quali sono più o meno sempre le medesime secondo le categorie sovra elencate. Così troviamo nel documenti friulani nomi tedeschizzati9 quali, Ampezzo Carnico = Petsch, Artegna = Ardingen, Aquileia = Agla(a)r, Agley, Udine = Weiden (dallo sloveno Viden), Cividale (già Forum Iulii) = Oesterlich o Altenstadt, Gemona = Klemaun (da Glemõna), Moggio = Mossach, Ragogna = Rewin, Adegliacco = Erdlach, Codroipo = Kadrup, Cordenons = Naun, Pordenone = Partenan; sono queste forme di adattamento. Ma non mancano le traduzioni ad es. Fontanabuoona di Pagnacco = Gutenbrunn e forse una traduzione è anche Hag ‘siepe’, che designa Nimís, se è esatta la tradizione etimologica che fa risalire il nome preromano al celtico *nem-, nema- ‘recinto’, ‘recinto sacro’ cfr. anche lat. nemus. Ma non mancano i nomi di coniazione nuova tra i quali Tolmezzo (di origine preromana) che i tedeschi chiamarano Schőnfeld, una creazione assolutamente estranea alla tradizione del nome. Anche Venzone, a. 923 Abincione (forse gallico) ebbe in sloveno il nome di Pušja ves e di qui i tedeschi coniarono il loro Peitscheldorf; Timau (da collegare col celebre Timavum di virgiliana memoria) ricevette il nome carinziano di Tischelwang. Tutti i toponimi precimbri (o quasi tutti) furono tedeschizzati in genere mediante adattamenti; si noti per tutti Asiago da Aciliacum che attraverso complesse vicende fonetiche, del resto bene chiarite, divenne in tedesco Schläge ecc.10 Ma anche per i toponimi veneti si notano tedeschizzazioni quali Covolo di Canal di Brenta = Kofel, Comèlico = Camelutal, Auronzo = Oberrentsch ecc. Conegliano = Königland11, Treviso = Terveys. E vorrei menzionare anche Padova (classico, ma non popolare, Patavium) che, attraverso una forma Patava (non ancora *Padava onde Pava) divenne per i tedeschi bazzoua, come si legge nelle glosse antico alto tedesche di un codice di Trento.12 Ciò significa che la città era nota negli ambienti tedeschi in epoca antichissima, anteriore alla 2ª Lautverschiebung tedesca e anteriore alla lenizione intervocalica romanza. Quanto all'Alto Adige/Südtirol nomi italiani ormai da tempo fissati e circolanti, secondo recenti calcoli pare non superino prima della costituzione della toponomastica italiana del Tolomei, anteriore all'epoca fascista, il numero di 29 secondo il Kühebacher e di 25 secondo il Kramer.13 “Va detto che tale neoitalianizzazione o neoromanizzazione della toponomastica, che indubbiamente è opera quasi del tutto del Tolomei, non fu di certo preparata nel giro di poche settimane; essa ebbe anzi una gestazione di alcuni anni con esperimenti che risalgono per lo meno al 1905 (forse prima). Anche in codesta operazione si sono utilizzate le solite modalità alle quali abbiamo ormai alluso più volte e a seconda dei casi (ma, ritengo, dopo una certa meditazione) si è fatto ricorso: 1) alla ripresa di nomi latini o neolatini prima della tedeschizzazione; essi figurano negli autori e più spesso nei documenti altomedievali il cui archetipo con elaborazione velscica è facilmente intuibile; 2) alle traduzioni che nel complesso mi sembrano valide (ma può darsi che vi siano rimasti pochi errori d'interpretazione), direi anzi che alcune sono ben riuscite; 3) alla creazione di alcuni nomi nuovi, più spesso d'ispirazione nazionale, ma non in ogni caso, come sostituzione di coniazioni tedesche antiche o relativamente moderne, pure d'ispirazione patriottica. Dei vari Repertori di nomi geografici altoatesini e Prontuari ha trattato espressamente il Kühebacher nel noto articolo di «Der Schlern» 1978 sul quale ho già espresso qualche considerazione da alcuni anni e subito dopo anche il prof. Johannes Kramer, ora ordinario all'Università di Siegen. Tali raccolte toponimiche, più o meno ampie, sono dovute ad Ettore De Toni (ad es. AAA IV, 383-437, e XXI, 5-142)14, a Vittorio Emanuele Baroncelli (Repertorio topografico della Venezia Tridentina, Firenze, Bemporad 1916) ed a Carlo Maranelli 1916.15 Il Prontuario del Tolomei ebbe tre edizioni: 1916 - Società Geografica Italiana, 1929 - quasi identica, 1935 - e finalmente quella tuttora ufficiale del 1935.16 Non ritengo che la prima edizione, come ho già accennato, sia il risultato di un lavoro «forzato» e casuale, dovuto soltanto all'attività di 40 giorni, secondo il Kühebacher, art. cit. p. 192:«In einer Rekordzeit von 40 Tagen waren 12.000 Südtiroler Ortsbezeichnungen italianisiert.»17 Non si può infatti dimenticare che al problema della toponomastica italiana in Alto Adige il Tolomei si era dedicato fin dal secolo passato; egli accenna sovente alla perdita o asportazione dei suoi particolari schedari toponimici che in varie occasioni furono anche sottratti alla sua proprietà nella villa di Gleno, unitamente a documenti ed a carte o appunti di grande interesse per la sua attività di irredentista. Anche se egli non possedeva particolari esperienze in materia glottologica, bisogna riconoscere che non fu mai estraneo - fin dalla sua attività giovanile di pubblicista ed attivista - agli studi geografici e cartografici. Solo in alcuni casi particolari, ai fini della sua operazione di italianizzazione della nomenclatura geografica, gli sarebbe stato certamente utile o indispensabile il parere di un glottologo esperto di toponomastica (si sa che Carlo Battisti collaborò in questa direzione soltanto tardi, quando il Prontuario era sostanzialmente redatto).18 Io ritengo che nella varia attività di dare all'Alto Adige una nomenclatura italiana e non sempre con intendimenti irredentistici, non bisogna del tutto ignorare quale era la situazione medievale della regione per l'aspetto linguistico reale della terminologia toponimica. Non sempre i documenti parlano con sicurezza e può realmente nascere il sospetto che anche per la lingua la diffusione del tedesco non fosse ovunque tanto avanzata quanto sembrerebbe poter inferire dagli atti ufficiali. Cerchiamo di chiarire subito questa mia chiosa che del resto è stata argomento di alcuni dibattiti. Le cancellerie padronali, si può dire ovunque, hanno assegnato ai nomi locali forme consone al proprio idioma, con adattamenti o neocreazioni per cui tali testimonianze non possono essere recepite dallo storico come indizio o prova indiscutibile che la popolazione fosse già di lingua tedesca. Lo so che questi sono argomenti più volte messi avanti da tanti ricercatori e non sono pertanto nuovi. Mi basterebbe scorrere le attestazioni dei nomi ad es. della Val Badia che non è tuttora di lingua tedesca (come lingua materna), per formulare qualche sospetto circa l'assoluta validità del documento a proposito della lingua d'uso. Si può qui scorrere il bel volume di Berta Richter Santifaller19 che ad es. per La Villa di Badia cita quasi interamente le attestazioni documentarie (p. 37), Stern a partire dal 1468 fino a c. 1840 Inz am Sterngut, Zech Stern, in Stern; solo a partire dal 1876 compare La Villa e poi in epoca recentissima anche Laila. Così Corvara che all'a. 1296 figura Coruera (Croera è l'attuale nome in tutto l'Agordino confinante), dal 1311 in poi sempre attesta Gurfaer, Kurfar, Curfár e anche a. 1780 Karfara. Anche nelle attestazioni di Marebbe le forme tedesche del tipo En(n)eberg sono assai prevalenti ecc.20 Mi pare ora utile passare ancora una volta in rassegna un breve campionario di italianizzazioni di nomi locali altoatesini secondo le proposte italiananti di chi maggiormente si è occupato di tali problemi e cioè Ettore De Toni e il Tolomei.21 Scelgo dapprima gli esempi prevalentemente da una categoria relativamente sicura e cioè quella dei toponimi di origine preromana per la quale sono spesso (non sempre) pertinenti anche le osservazioni di Ferruccio Bravi.22 Si tratta di un filone assai cospicuo che si addensa in zone ben definite della regione e direi anche facilmente individuabili non tanto per l'attribuzione ad una particolare lingua preromana, quanto per l'esclusione dalla categoria tedesca, spesso anche della latina e neolatina (valchica o velscica), ben s'intende come origine etimologica.
I)1. Ted. Kiens (Pusteria), DT Chiene, R. Chiénes, P. Chiénes (sec. XI Chienas, Chienes)23; 2. ted. Tschars (Venosta), DT Ciars, R. Ciars, P. Ciardes(lad. Zardes, Tsars/ant. Tsardes); 3. ted. Tschirland (Naturno), DT Círlanda, R. Cirlàt, P. Cirlàt (lad. scirnàn ... )24 ; 4. ted. Tschivon (Scena, Merano), ST Civone, R. =, P. = (ma qui si tratta di top. prediale con -ānu> ón)25; 5. ted. Fennberg (Cortaccia), DT Favogna, R. Favogna, P. Favogna26 ; 6. ted. Pfelders (fraz. di Plàtea), DT Felders, R. Plan di Platea, P. Plan27; 7. ted. Pfitsch (Vipiteno), DT Fizze, R. Vizze, P. Vizze (doc. Phitz)28 ; 8. ted. Villnös, Villnöß/Vilness, Funöss, Sankt Peter, DT Funéss, R. Funès, P. Funès («dalla forma ladina Funès discese la forma Fulnezz che trovasi in doc. del sec. XIV e ne deriva pure Volness»)29; 9. ted. Glurns (Venosta), DT Glorenza, R. Glorenza, P. Glorenza (lad. Cluorn, in vecchie carte ted. Glurentz)30; 10. ted. Latzfons (Chiusa), DT Lacevuno, R. Lazfons, P. Lazfons (doc. Lazevunes)31; 11. ted. Leifers (Bolzano), DT Liverso, R. Làives, P. Làives32; 12. ted. Mals (Venosta), DT Malèsio, R. Malles, P. Malles (il nome Malles fin dal 1094 anche nelle vecchie carte ted. geogr., poi contratto in Mals; doc. lat. Mallesium)33; 13. ted. Mellaun (S. Andrea al M.), DT Milluno, R. Meluno, P. Meluno (ant. Millûn)34; 14. ted. Ortler Spitze, DT Ortèlio, R. Ortles, P. Ortles; 15. ted. Partschins (Venosta), DT Parcìns, R. Parcines, P. Parcines (lad. Parzines)35; 16. ted. Plawen (Venosta), DT Piavenna, R. Piavenna, P. Piavenna (forma lat. Plabenna)36; 17. ted. Wangen (Bolzano), DT S. Pietro in Sarentino, R. Vanga, P. Vanga; 18. ted. Rabans (Funès), DT Rabanzo, R. Rabàns, P. Rabàns; 19. ted. Rasen (Pusteria), DT Ràsina, R. Rasùn, P. Rasùn (quest'ultima forma badiotta conserva l'accento non ritratto)37; 20. ted. Ras, Raas (Novacella), DT Regis, R. Rasa, P. Rasa38; 21. ted. Ritten, DT Rìtano, R. Renon, P. Renòn39; 22. ted. Ratschings (Vipiteno), DT Ruzzinga, R. Racignes, P. Racines40; 23. ted. Schabs (Bressanone), DT Saubs, R. Scàves, P. Sabes (lad. Scoubes, doc. med. Scouvis); 24. ted. Schenna, Schennen, Schönna (Merano), DT Scenna, R. Scena,, P. Scena41; 25. ted. Tschötsch, Tschetsch (Monteponente/Pfeffersberg), DT Scezze, R. e P. Scezze (doc. Sets, Schetzze, Schetz, Scetz, Schesch, Zeze, Tschetsche)42 ;26. ted. Schlanders (Venosta), DT Slandro, R. Silandro, P. Silandro (lad. Slanderes)43; 27. ted. Schnals (Venosta), DT Snalle, Snalse, R. Senàles, P. Senàles (badiotto Snàlles)44; 28. ted. Spinges (Bressanone), DT Spinga, R. Spignes, P. Spinga45; 29. ted. Thanäs, Tanaas, Tannas (Venosta), DT Tanàs, R. Tanàs, P. Tanàs (doc. ant. Tanasium); 30. ted. Tarsch (Venosta), DT Tarres, R. Tàrres, P. Tarces (lad. Terz, Tarces, Tarzes)46; 31. ted. Tinne (torr. che scende dai monti del Sarentino), DT Tina, R. Tina, P. Tina; 32. ted. Taufers, DT Tòvero, R. Tubre, P. Tubre (lad. Tuvar, Tùar; forme lat. med. Tubris, Tuber)47; 33. ted. Vahrn (Bressanone), DT Uàrna, R. Varna, P. Varna (lad. Vàrnes; ant. Varna, Uarna, Varina, sec. X/X1).48
II) Per quanto concerne l'elemento toponomastico latino d'epoca classica e postclassica, la resurrezione di forme latine è dovuta soprattutto al Tolomei dato che nel libretto del De Toni non trovo ad es. Vipiteno = ted. Sterzing, a. 1180 Sterzenigum; prediale germ. abbastanza antico; alle forme romanze, anche in parte tedeschizzate, del tipo Wibitina sec. X e Vibideno, Vallis Bibidina, si è preferito la forma latina originaria (degli Itineraria) Vipíteno –um49; parallelamente Säben è stato riprodotto con la forma originaria Sabiona; Egna regolarmente da Endidae (Endia) era d'uso comune di contro al ted. Neumarkt. Si è presto perduto l'originario nome di Bolzano = Pons Drusi' («Tab. Peuting»), e si è perpetuato il fondo romano *Baudianum (o *Bautianum) tedeschizzato presto dalle cancellerie alloglosse Pauzana, poi Bozen.50 E qui si potrebbe elencare tutti i prediali romani della zona bolzanina e meranese germanizzata in epoche diverse, come ci insegna la fonetica storica. Nell'adattamento delle forme intedescate all'italiano si è quasi sempre salvata la forma originaria in -anum > -ano. Ma il suffisso non è stato restituito ad es. in Lana(n) o Laion (da Lagius + anum, a. 985 Legian, 1122 Legianum, Lajen, Lojen e in altri casi).51 Non mi soffermo a citare esempi relativi alle riproduzioni di nomi antichi (neo)latini tedeschizzati. Tali nomi neolatini sono fittissimi nell'Alto Adige e sono stati già individuati in buona parte dagli studiosi austriaci del secolo passato e di questo (non è quindi una tradizione che fa capo a C. Battisti e alla sua scuola, ma tali ricerche sono dovute ad es. allo Schneller, al Tarneller, al Mader, al Finsterwalder ecc.). La forma latina che sta sotto la scorza tedesca è spesso facilmente riconoscibile ed intuibile; così ad es. i vari caprilis, caprilia in cui nel tedesco la vocale protonica è spesso caduta, ad es. Gfrill (Cauroill) o Cauria. Tali nomi latini e poi neolatini (o velscici) sono stati introdotti nella regione in grande quantità dopo che nel 15 a. C., con la vittoria di Druso e Tiberio (che secondo le testimonianze degli Antichi sterminarono i Reti, un popolo o varie tribù (?), sulla cui appartenenza etnica sappiamo ancora ben poco), i Romani si impossessarono di varie plaghe dell'Alto Adige ed introdussero la loro lingua. L'attuale «bimillenario» sul quale tanto si è scritto, e si è visto, celebra la presa di possesso dell'Alto Adige (ed in particolare di una buona fetta che appartiene alla X Regio nell'Italia Augustea) da parte dei Romani i quali, se non mi inganno, furono ampiamente celebrati in altri tempi, anche con monumenti ben noti a Bolzano.52 In alcune restituzioni di forme «velsciche» - come osserva anche il Kramer - sarebbe stato opportuno ricostruire la forma dialettale corrispondente - ed il Tolomei aveva in genere grande sensibilità, più del De Toni, per questi adattamenti che sono ricostruzioni reali. Così ad es. Montiggl è reso con Monticolo secondo la dizione italiana dotta, mentre la forma neolatina precedente alla tedeschizzazione era di certo Montiglo; analogamente Gfrar (da caprarium) è reso con l'it. Capraio e Kematen (da caminata) forse avrebbe potuto corrispondere ad una Caminada (a meno che in origine non fosse camminus + attus). Si tratta di una osservazione assai marginale poiché anche le forme ufficiali di varie regioni italiane, ed in particolare alpine, si comportano diversamente. La tendenza generale della Cisalpina è di far corrispondere alle forme locali dialettali schiette, provenienti dal latino, forme locali italiane e pertanto ad es. con la restituzione delle vocali finali che nelle forme autenticamente dialettali sono dileguate. Sull'esempio delle popolazioni alpine che hanno adottato anche nei cartelli stradali le forme dialettali locali, anche in Provincia di Belluno o nel Friuli, molti cartelli stradali sono stati ritoccati, ad es. con la cancellazione delle consonanti doppie e delle vocali in fine di parola o altro (abusivamente). Ma non vi sono in realtà regole fisse ed in generale la italianizzazione si riduce alle località di maggiore importanza. In Provincia di Belluno ad es. accanto alla forma italiana Cugnago (la Valle di Agordo) esiste ufficialmente Cugnàc (-k) (Sedico) e Cugnàn (Ponte nelle Alpi) senza vocale finale e tutti e tre i prediali derivano dal gentilizio Covinius (come indicano le forme medievali). Analogamente è attestato ufficialmente Mozzàch, Noàch e Vich (per Vigo da vīcus). Il nome del comune di Frassené è semlitallanizzato (per Frassenedo, Frassineto), ma non è ufficiale la forma locale più autentica Farsenék (col tipico fenomeno ladino dell'indurimento della semivocale i) e a tale forma si accompagna Pedrék sempre da ētum, mentre la forma parallela di Agordo è ufficialmente Parèch per Petredo, Petreto (da petrētum).53 Comunque la ripresa di forme «velsciche» per foggiare le dizioni italiane, mi sembra assolutamente corretta. Altrettanto si può dire per l'utilizzazione delle forme ladine assai numerose che non divergono nella struttura e nella origine dai tipi toponomastici delle confinanti aree che per chi non è veramente addentro nel problemi linguistici sono senz'altro italiane (ma qui si adottano criteri extralinguistici). I nomi locali autenticamente tedeschi che si attribuiscono ad alcune località importanti (a volte accanto a forme latine o neolatine), ma assai più comunemente nella microtoponomastica, nella operazione generale che stiamo esaminando, hanno subito o il processo di adattamento che quasi sempre è autenticamente popolare (come nel prestiti lessicali) o quello della traduzione. Non mancano, a dir vero, anche le coniazioni ex novo, un processo tutt'altro che raro in Europa e altrove, come abbiamo già accennato. Per il primo caso, già veduto per i toponimi preromani ove le variazioni sono minime, dobbiamo ancora sottolineare che il popolo trasferisce, secondo le proprie abitudini fonetiche, suoni, combinazioni fonetiche e forme non abituali alla propria parlata. E’ il medesimo processo col quale i tirolesi e le loro cancellerie, hanno assunto l’ampia nomenclatura neolatina dell'Alto Adige. Un esempio altrove citato è il nome locale del tipo Buchen - che si ripete - e nei documenti attraverso la forma bavarese con p- veniva adattato come Pochi e così ha il P. 95 in corrispondenza di Buchholz (Salorno) /Ai Pochi (già in R. 15 e 140, ove si cita l'ant. documento Fagitana). Ma il medesimo tipo toponimico è anche reso con Faggi: Buchen/Ai Faggi, Buchergut/Maso dei Faggi ecc. e Buchwald con Faedo (P. 95). E’ poi tradizionale l'adattamento di Burgstall (con pronuncia p-) mediante Postàl (Merano), secondo la tradizione trentina; si veda Lorenzi, DTT 617-618: Postàl, Postal (Burgstall) presso Merano, ma anche a Mezzolombardo e varie attestazioni trentine accanto a Bostel. Per altri omofoni si è preferita la traduzione Castelliere o Monte Castello, Malga Castelliere (P. 96) ecc. v. anche R. 26-27. Con un semplice ritocco si è trasformato il frequente Aichach o Aich in Aica varie volte (R. 2 e P. 57), mentre più rara è la sua traduzione e cioè Rovere (di Vàltina), Aichberg/Monte dei Roveri, Aichholz e Roverè della Luna (v. anche R. 163), quest'ultimo comune trentino con dizione certamente più antica di quella tedesca (a. 1288 ad Rovredum). Non è stato difficile rendere un Percha (Brunico) 'betulleto,, a. 1180 Pírche, 1350 Perchoch, con Perca che il Tolomei, P. 320, ha preferito al Perga del DT, R. 132, con l'unica modificazione di ch = k.
Ma assai comuni sono le traduzioni per cui il Tolomei ha preferito ad es. al Milbacco per Mühlbach (più volte) del DT 43 e R. 108 la traduzione Riomolino che non falsa per nulla il senso del n. 1. (già in R. 108) oppure Río di Pusteria. Parallelamente Míttewald (Fortezza) è reso con Mezzaselva e Halbweg con Mezzavia (due volte). A me sembra poi indovinata la scelta nelle traduzioni di termini toponomastici alpini che potevano anche appartenere al ォvelscicoサ sottostante con voci dialettali, lontane dalla solennità dell'italiano letterario; si tratta spesso di voci di uso regionale. Così è certamente felice la resa di Dorf con villa: Niederdorf/Villabassa dato che villa può indicare villaggio o una parte importante o esterna al villaggio; anche Dorferbach è tradotto Rio di Villa (P. 139), Drfl dimin. con Villetta ecc. Ampiamente imperante è Novale (terreno messo da poco a cultura) per rendere il ted. Kreit, Kreuth, Raith, Raut, Ried (P. 302) ecc. Del resto questo appellativo è presente, nella forma ridotta nova, anche in Welschnofen (a. 1307 Nova e 1388 Wallischofen) oppure nel suo pendant Deutschnofen rispettivamente nei documenti ant. a. 1298 e 1312 Nova Latina e 1325 Nova Thodesca (anche Nuova Teutonica) che il Tolomei ha reso qui, allontanandosi dall'originale (forse per non contrapporre così nettamente due popolazioni vicine?) e cioè con Nova Levante e Nova Ponente (geograficamente esatte, la traduzione libera qui non rappresenta una contraffazione). Il DT 47 aveva proposto Nuova italiana (lat. Colonia nova italica?) e Nuova tedesca (= colonia nova teutonica), ma in R. ha Nova italiana o Nova Levante e Nova tedesca o Nova Ponente. Egli rinviava anche alla dizione ladina Nóva Taliana e Nóva Todeschia (ma da quale zona eventualmente ladina?). Più che di coniazione si può parlare di recupero nel caso di Sigmundskron (nell'Oltradige) divenuto Castel Fírmiano ove il R. 26 indicava la dizione ladina Furmiàn. Il Tolomei 22 nota 1, ricorda che il toponimo “imposto” da un arciduca austriaco all'antico Castel Firmiano veniva ridotto dal poveri contadini italiani dei dintorni a Sibízzicrom. Coniazione patriottica (anche se velata da un noto episodio, anche da me citato), è invece Vetta d'Italia per il Glockenkarkopf. La I fatta incidere su quella roccia aveva il doppio significato secondo il Tolomei di rendere un omaggio ad una cugina (Ilda) che lo aveva accompagnato nella salita, ma in realtà essa avrebbe dovuto indicare i confini settentrionali dell'Italia.54Riesaminata nel suo complesso, e con maggiore attenzione, l'operazione Tolomei (non fascista!) a proposito della toponomastica nella versione italiana, non ci pare scadente, inventata, disdicevole e da respingere, prescindendo ovviamente da alcune rare corrispondenze che possono sembrare più o meno indovinate e forse, in qualche caso, errate; qualche osservazione in proposito si può trovare scorrendo le poderose illustrazioni storico toponomastiche dei nomi locali altoatesini ad opera di uno specialista quale fu Carlo Battisti (che dedicò all'Alto Adige un numero notevolissimo di volumi).55Sulle forme inventate o prive di fondamento del Prontuario si è parlato, si parla e si è anche scritto molto, ma più spesso da parte di chi non aveva alcuna cognizione dei problemi e senza un esame obiettivo. E' ovvio e tutti sono d'accordo che il Tolomei viveva un clima passionale, patriottico o meglio iperpatriottico.56 Ma la malevolenza verso l'Irredentista espressa dagli italiani non ha vere giustificazioni, mentre è più che ovvio che egli fosse e sia tuttora il personaggio italiano più odiato dal gruppo tedesco da parte del quale si vuol condannare ogni suo atto.57Posso ora aggiungere qualche considerazione personale sui toponimi ricreati dal Tolomei che secondo il mio modesto parere non rappresentano una buona scelta. Già ho notato l'equivoco Vizze per Pfítsch (da un pitz, cfr. pizzo con la 2. Lautverschiebung). Forse era meglio in italiano lasciare immutata la proposta del De Toni Fizze un adattamento più vicino. Analogamente non mi soddisfa Fara per Fahrer o per Faregg e in parte non mi piace Castel Verruca (casale a N di Velasio/Schloß Fragsburg a SE di Merano). Ma qui i motivi sono del tutto personali e professionali dato che vizza e fara sono due denominazioni toponimiche in Italia di chiara origine longobarda, le quali al pari del lat. Verruca possono trarre in inganno un interprete poco esperto della toponomastica altoatesina, come è infatti avvenuto.58 Esse infatti, essendo neocreazioni, non alludono affatto alla presenza di Longobardi nella zona alpina o non confermano il riscontro con la Verruca trentina (Doss de Trent) che è pure una voce dotta (non lo è in altri casi, specie in Piemonte).59 Ma bisogna anche aggiungere che il vero scienziato non si lascia di certo ingannare da vari nomi locali dell'Alto Adige/Südtirol e comincerà sempre a sottoporre alle sue analisi le dizioni tedesche. Così ha sempre operato Carlo Battisti che agli studi sui nomi altoatesini e trentini e soprattutto alla latinità atesina ha dedicato la sua lunga vita, con risultati originali e per me nella massima parte validi. Egli ora è quasi dimenticato ed in particolare nelle regioni che ha così a fondo investigato.Per concludere rapidamente questo mio intervento potrei dire che, secondo la mia opinione, non sarebbe tanto facile sostituire le dizioni italiane correnti e ufficiali con altre che siano migliori di quelle contenute nel Prontuario del Tolomei. Queste ultime hanno inoltre almeno un vantaggio per l'Italia, e cioè di essere in qualche modo tradizionali da due o tre generazioni. Anche per questo motivo mi sembrerebbe corretto di seguire il consiglio del prof. J. Kramer60 il quale concludeva le sue Bemerkungen (P. 347) notando che, anche se fossero false le forme della nomenclatura toponimica altoatesina come sono ora [ma abbiamo visto che esse hanno sempre, o quasi sempre, una giustificazione], esse hanno una tradizione che le sostiene, mentre nessuno oserebbe mettere in dubbio il carattere tirolese della regione: “Man lasse E. Tolomeis Ortsnamen als das, was sie heute ausschließlich sind: Die amtlichen italienischen, im Jahre 1916 von Ettore Tolomei geprägten Entsprechungen zu den jahrhundertealten, ebenfalls amtlichen deutschen Ortsnamen.” Ed egli poi cita una serie di casi paralleli di altre nazioni in cui le forme ufficiali sono quelle della lingua di maggioranza, la lingua dello stato e non quelle della lingua della minoranza. Si potrebbe anche aggiungere che la sostituzione dell’attuale toponomastica italiana con una nuova rifatta, non so secondo quali criteri, potrebbe costituire un motivo di notevole frizione, di dilagante scontento e di autentica afflizione per il gruppo linguistico italiano che, fin tanto che resterà nella provincia autonoma (di ciò io purtroppo dubito) o non continuerà a cedere ad una constatata secolare, ma anche odierna, fragilità nel conservare la propria nazionalità (e anche qui avanzo seri dubbi), desidera collaborare lealmente e non essere sottoposto ad umiliazioni impostegli dallo Stato.61

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mercoledì, ottobre 13, 2010

IL TESTO DELL'ACCORDO FIRMATO
DAL MINISTRO DELLE REGIONI RAFFAELE FITTO E
DAL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA DI BOLZANO LUIS DURNWALDER

PROTOCOLLO D’INTESA

tra
Il Consiglio dei Ministri e per esso il Ministro per i Rapporti con le Regioni e per la Coesione Territoriale
e
la Giunta Provinciale della Provincia Autonoma di Bolzano e per essa il Presidente della Giunta

Oggetto: Installazione di cartelli segnaletici sui sentieri di montagna della Provincia di Bolzano


Le Parti
- facendo seguito ad incontri, contatti e corrispondenza intercorsi;
- nell’intento di addivenire ad una soluzione condivisa per superare i contrasti insorti in merito alla cartellonistica di cui in oggetto, nel rispetto degli accordi internazionali, dei principi costituzionali e statutari, nonché delle normative statali e provinciali in vigore;
- nel rispetto della storia del territorio con i suoi tre gruppi linguistici;
- nello spirito primario di consolidare la pacifica convivenza tra i gruppi linguistici in Alto Adige e di incentivare una proficua collaborazione tra Stato e Provincia;

VISTO

- il decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 28 novembre 1947, n. 1430 con cui è stata data esecuzione all’Accordo del 5 settembre 1946, riportato come allegato IV del trattato di pace fra l’Italia e le Potenze alleate ed associate firmato a Parigi il 10 febbraio del 1947, che riconosce l’utilizzo paritario della lingua italiana e della lingua tedesca in Provincia di Bolzano;
- gli articoli 8, primo comma n. 2, 99 e 101 dello Statuto speciale per il Trentino - Alto Adige, approvato con decreto del Presidente della Repubblica il 31 agosto dei 1972, n° 670;
- la legge provinciale 7 giugno 1982, n. 22;
- l’articolo 15 della legge 7 agosto 1990, n. 241 e successive modificazioni, che contempla la possibilità per le pubbliche amministrazioni di concludere tra loro accordi per disciplinare lo svolgimento in collaborazione di attività di interesse comune;

CONSIDERATO

- che l’Alpenverein Südtirol AVS, nell’implementazione del progetto finalizzato alla digitalizzazione della rete dei sentieri montani e alpini siti sul territorio provinciale e all’operatività di forme di orientamento supportate con tecnologie GPS ha programmato l’apposizione di circa 73.000 segnavia cartelli lungo i sentieri di montagna della Provincia di Bolzano;
- che quasi la metà di tali cartelli è stata già apposta per un numero pari a circa 36.000, mentre la parte restante deve ancora essere apposta per un numero pari a circa 37.000;
- che l’iniziativa dell’AVS è stata seguita dal confronto tra le Parti sul tema particolarmente sentito dalle comunità locali;
- che l’Autorità di Polizia Giudiziaria ha individuato Ca. 1.500 cartelli segnaletici contenenti indicazioni esclusivamente monolingui;
- che la questione interessa la tutela e salvaguardia delle caratteristiche etniche e culturali dei gruppi linguistici presenti sul territorio della Provincia Autonoma;
- che l’intesa lascia impregiudicata la competenza legislativa della Provincia di Bolzano in materia della toponomastica che non è oggetto dell’intesa;
- che la situazione venutasi a creare evidenzia difficoltà oggettive, connesse all’attuazione del principio del bi- e, dove previsto, del tri-linguismo;
- che le Parti concordano sulla necessità di individuare una soluzione condivisa del problema affinché, in tempi ristretti ma oggettivamente ragionevoli, venga disciplinata l’apposizione dei cartelli sui sentieri di montagna con l’individuazione di criteri oggettivi e chiari, nel rispetto dell’autonomia provinciale in materia di toponomastica;
tutto ciò premesso e considerato
si conviene quanto segue

Articolo 1
(Finalità e obiettivi)
1. Il presente Protocollo intende favorire, nel rispetto dei valori costituzionalmente e statutariamente tutelati, l’attuazione del principio del bilinguismo e del trilinguismo, ove previsto, in materia di cartellonistica sui sentieri di montagna, apposta con contributo pubblico.

Articolo 2
(Attuazione)
1. Le Parti si avvalgono delle proprie strutture organizzative per l’attuazione del presente Protocollo e per l’attività di verifica periodica dell’andamento dell’intesa. Il Consiglio dei Ministri si avvale, in particolare, del Commissario di Governo per la Provincia di Bolzano.
2. Le parti o per esse i propri delegati entro quindici giorni nomineranno una commissione di esperti, composta da quattro membri, pariteticamente costituita.
3. La commissione dovrà verificare, concordare e proporre alle parti le indicazioni segnaletiche da redigere in forma bilingue ovvero trilingue nell’ambito dei Ca. 1.500 casi individuati dall’Autorità di Polizia Giudiziaria quali contenenti indicazioni monolingui.
4. Le determinazioni della commissione, anche per le parti non condivise, saranno rimesse alla valutazione congiunta delle parti, alle quali spetterà ogni determinazione in merito nel rispetto di quanto previsto dall’articolo 5, entro termini oggettivamente ragionevoli e comunque in tempo utile da consentire la sostituzione della cartellonistica esistente entro la stagione alpinistica 2013.

Articolo 3
(Cartellonistica esistente)
1. La Provincia Autonoma di Bolzano si adopererà per far adeguare i cartelli, di cui all’art. 2, comma 3, già apposti ed attualmente esistenti lungo i sentieri di montagna del territorio provinciale, come ai sensi e nei termini di quanto stabilito dall’art. 2, comma 4.

Articolo 4
(Nuova cartellonistica)
1 La Provincia Autonoma di Bolzano si adopererà per far installare i restanti cartelli, rientranti nel progetto dell’AVS di cui in premessa, nel rispetto dei principi e criteri enunciati con il presente protocollo d’intesa.

Articolo 5
(Indicazioni bi trilingui da riportare sui cartelli)
1 I cartelli da apporre secondo le modalità descritte agli articoli 2, 3 e 4 devono riportare la forma bilingue (o trilingue laddove prevista) nel rispetto dei seguenti criteri:
a) indicazione delle denominazioni diffusamente utilizzate per i comuni e per le località nelle rispettive lingue e delle informazioni generali.
b) mantenimento, invece, nella loro dizione originaria, in lingua tedesca e/o ladina, dei nomi storici ferma restando in ogni caso la traduzione dei termini aggiuntivi come ad esempio “malga”, “lago”, “montagna”, “fiume”.

Articolo 6
(Collaborazione e vigilanza)
1 Le Parti, ciascuna per quanto di rispettiva competenza, si impegnano a collaborare per il raggiungimento degli obiettivi del presente Protocollo e per l’attuazione delle attività da esso previste.
Bolzano, 22 settembre 2010

Il Presidente della Provincia autonoma di Bolzano
Luis Durnwalder

Il Ministro per i rapporti con le regioni e per la coesione territoriale
Raffaele Fitto