giovedì, maggio 26, 2011

CORRIERE DELL' ALTO ADIGE - Giovedì 26 Maggio, 2011

NONOSTANTE LE BOMBE
di GIORGIO MEZZALIRA



La giunta provinciale ha deciso di ricordare la cosiddetta «notte dei fuochi» organizzando un’occasione istituzionale pubblica di confronto sul tema affidata agli storici. È una buona notizia.

Cinquant’anni dovrebbero bastare per guardare al capitolo degli anni delle bombe in Alto Adige con gli occhi di chi non indulge più a interpretazioni giustificazioniste, né cerca di considerare la conquista dell’autonomia come tappa di un’ipotetica lotta di liberazione ancora da compiersi, magari con il distacco dall’Italia.
La notte tra l’ 11 e il 12 giugno del 1961 — in cui saltarono in aria decine e decine di tralicci — è un po’ il simbolo di un’intera lunga stagione di violenze, costellata di vittime, di semina dell’odio tra italiani e tedeschi.
Nella memoria dei Freiheitskämpfer (combattenti per la libertà) e nel brodo politico-culturale della destra di lingua tedesca, è lo spartiacque storico-cronologico dell’autonomia. Secondo una vulgata ancora corrente, chi combatté contro lo Stato italiano per l’autodeterminazione non riuscì a ottenerla, ma senza il ricorso al tritolo anche l’autonomia non sarebbe stata conquistata.
Saremmo quindi il prodotto di un effetto collaterale?
Dovremmo riconoscere nel timer artigianale per l’innesco degli ordigni — esposto in mostra dall’Heimatbund ad Appiano lo scorso dicembre, insieme ad altri memorabilia appartenuti ai dinamitardi — uno degli strumenti che ci hanno permesso di raggiungere livelli molto avanzati di autogoverno?
È un capitolo di storia che evidentemente va studiato e approfondito con cura, compresi le mancanze e i ritardi colpevoli dei governi italiani del primo dopoguerra, anche perché da quel periodo ne siamo usciti pieni di ferite, molte delle quali non del tutto rimarginate.
Il lavoro degli storici è servito nel frattempo per dare dignità e sostanza alla tesi che l’autonomia è stata conquistata non grazie alle bombe, ma nonostante le bombe.
Non dobbiamo ringraziare i dinamitardi per quello che oggi siamo e abbiamo raggiunto, nemmeno quelli della prima ora che, come Sepp Kerschbaumer, intendevano compiere solo atti simbolici e rifuggivano dalla violenza contro le persone.
Dobbiamo piuttosto essere grati a coloro i quali hanno continuato a riannodare pazientemente il filo del dialogo, anche quando sembrava mancassero gli spazi diplomatici e politici su cui costruirlo perché prevaleva la logica di tenere alto il livello dello scontro e della tensione.
Sono stati i tavoli della politica e delle lunghe trattative tra Roma, Bolzano, Innsbruck e Vienna a tessere, a freddo e lontani dagli echi degli attentati, l’ordito dell’autonomia che oggi conosciamo.
Nulla a che fare con l’idea che prendere il destino nelle proprie mani significasse confondere pericolosamente una buona dose di idealismo — che pure c’era nelle azioni di alcuni Bumser — con la responsabilità.