domenica, giugno 05, 2011

LE BOMBE IN ALTO ADIGE NEGLI ANNI SESSANTA

Lo storico: «Sviluppo voluto dalla Realpolitik di Magnago e del ministro Kreisky»
Steurer: l’autonomia non nacque dal tritolo

BOLZANO— «La nostra autonomia non è figlia delle bombe, ma della "realpolitik"di Magnago degli sforzi del ministro degli Esteri austriaco Bruno Kreisky e dell'impegno concreto del nuovo centrosinistra italiano di quegli anni» .
Leopold Steurer,stimato storico altoatesino, interviene su quanto successe nella notte dell'11 giugno 1961, la cosiddetta “Feuernacht”, una catena impressionante di attentati in pochissime ore. Steurer parteciperà infatti come coordinatore e relatore, insieme ai colleghi Carlo Romeo Rolf Steininger, al convegno di giovedì voluto dalla Provincia, in occasione del 50 ° anniversario della Notte dei Fuochi.
Steurer, mancano pochi giorni all'anniversario e sempre di più assistiamo ad un uso politico della storia. Normalità o strumentalizzazione?
«Si tratta di una cosa inevitabile poiché vivono ancora oggi delle persone che hanno vissuto questo evento, e soprattutto perché diversi partiti politici usano questi avvenimenti per giustificare non solo alcuni comportamenti adottati, ma la propria stessa esistenza. In questo senso infatti, 50 anni di storia non sono così tanti. In molti casi, non solo locali, la politica fa un utilizzo privato della storia. Pensiamo ad esempio quel che è successo e succede con la Resistenza in Italia» .
Cosa significò la notte fra 11 e il 12 giugno del 1961 per gli altoatesini?
«Non è facile trovare un significato univoco. I termini da utilizzare sono diversi per ogni attore coinvolto, così come i punti di vista. Storicamente però questo avvenimento ebbe tre importanti obiettivi, tutti e tre non portati pienamente a termine. Per prima cosa si voleva distruggere, o meglio, paralizzare, la zona industriale di Bolzano, vista come il vero cuore dell'italianizzazione della provincia. Questo obiettivo non venne raggiunto perché non tutti i tralicci saltarono in aria, e la produzione industriale non venne interrotta. Secondariamente uno dei propositi dei dinamitardi era quello di danneggiare materialmente, ma anche simbolicamente lo Stato italiano, colpendone uno dei settori fondamentali: l'energia elettrica. Infine, si cercò di attirare l'attenzione internazionale su Bolzano, ma solo in seguito questo obiettivo diventò quello principale nelle rivendicazioni del gruppo che fece saltare le cariche di esplosivo» .
Personaggi che alcuni chiamano eroi o combattenti per la libertà, mentre altri li definiscono terroristi. Esiste una via di mezzo?
«In questo caso io parlerei di dinamitardi. Non direi infatti che queste persone possano essere definite "combattenti per la libertà"poiché gli atti di violenza sono palesi, ma ci tengo anche a sottolineare che non tutti furono dei terroristi. Se pensiamo ad esempio a Kerschbaumer non possiamo utilizzare il termine di terrorista, in quanto lui voleva portare avanti solo atti dimostrativi senza causare vittime. Dentro al gruppo però c'erano anche personaggi molto vicini agli ambienti di estrema destra austriaci e tedeschi, come Burger, militanti che si rivolgeranno sempre di più verso comportamenti di tipo terroristico. Dopo l'autunno del 1961 infatti, tutto scivolò sempre più velocemente verso l'estremismo e la violenza. A distanza di tanti anni però è molto importante non generalizzare gli eventi innescati dalla Notte dei Fuochi fino all'approvazione del Pacchetto. Le sfaccettature sono infatti molte, e di notevole peso storico» .
Un percorso che si è rivelato non certo facile, ma cosa possiamo imparare da questi eventi storici?
«È essenziale che si impari che chi incomincia con atti di violenza scatena una spirale di terrore che è difficile da fermare. Cosa purtroppo avvenuta in Alto Adige con la reazione dello Stato italiano dopo le esplosioni del giugno del 1961. Reazione che poi è sfociata per alcuni versi in una sorta di terrorismo di Stato, seguita dall'inasprirsi degli attentati violenti da parte dei terroristi sudtirolesi. Dobbiamo quindi imparare che il sangue chiama il sangue, e che invece il dialogo è la chiave del successo per una vera crescita sociale, politica e culturale. Dobbiamo inoltre imparare che la nostra autonomia non è affatto figlia delle bombe degli anni ’ 60, ma che dovremmo invece ringraziare il grande lavoro della Realpolitik di Magnago, gli importanti sforzi del ministro degli esteri austriaco Bruno Kreisky, e l'impegno concreto del nuovo centro sinistra italiano di quegli anni» .
Spesso nell'ultimo periodo sono nate polemiche sul fatto che si parla sempre dei terroristi e poco delle vittime. Cosa ne pensa?
«Certamente bisogna pensare di più alle vittime e a chi ha sofferto durante quegli anni per la perdita di un famigliare o di una persona cara, ma quello che più mi disturba, in particolar modo nel gruppo linguistico tedesco, è che viene continuamente detto che dobbiamo la nostra autonomia al terrorismo e a quei personaggi che hanno usato la violenza per affermare dei diritti. Si tratta di falsità e di strumentalizzazioni. Se fossero obiettive, queste persone dovrebbero ringraziare soprattutto il grande lavoro fatto dalla politica interna italiana di quegli anni, e non i terroristi» .
Parole che non sono piaciute a certi ambienti della politica locale. Lei è stato infatti recentemente attaccato da certi settori della destra tedesca come il Südtiroler Heimatbund, che in vista del convegno del 9 giugno l'hanno accusata di essere uno storico né competente né obiettivo. Vuole replicare?
«Meritano ben poche parole. Si tratta semplicemente di atti faziosi a scopo politico ai quali non si deve dedicare nessun interesse. Certe cose servono solo a confermare quello che ho detto prima» .
Toponomastica e monumenti. Nel 2011 nessuno sembra ancora voler fare il passo decisivo verso la vera convivenza, verso il reciproco riconoscimento storico e culturale. Come mai?
«Si dà troppa importanza a questi fatti simbolici e si dimentica che dopo tanti anni questi simboli hanno cambiato radicalmente la loro funzione. Noi a scuola studiamo la storia, non la distruggiamo, e così come si fa a scuola si dovrebbe fare con i monumenti contestati. Spiegarli, non distruggerli, studiarli, non nasconderli» .
Polemiche destinate a finire o ad ampliarsi?
«Io credo nel buon senso della gente e soprattutto nella sua intelligenza, che è superiore ai giochetti che vengono portati avanti certe volte dalla politica. Queste polemiche sono infatti un conflitto artificiale della politica locale che non ha nulla a che fare con la vera anima della popolazione» . Matteo Pozzi
Corriere Alto Adige 3 giugno 2011