Il culto del capo
INTOSSICAZIONE DA UOMO FORTE
di Mauro Fattor
A Posada, nei Carpazi rumeni, si trova il Muzeul Cinegetic al Carpatilor, ossia il Museo carpatico della caccia. Nella sala cosiddetta degli animali carnivori campeggia la pelle di un orso gigantesco, 650 kg al momento dell'uccisione, record mondiale per la specie orso bruno. Lì non te lo raccontano volentieri, ma quell'orso è una truffa: nutrito artificialmente per Ceausescu – il mediocre dittatore che con durezza e megalomania resse le sorti della Romania per 25 anni – e ucciso da Ceausescu stesso in una delle sue innumerevoli battute di caccia.
Trionfo del machismo carpatico. In quegli anni avere distretti che garantivano molti buoni orsi da abbattere, significava ingraziarsi il Conducator, altisonante parola rumena che vuole dire leader, capo, guida suprema. Da lui infatti dipendeva la localizzazione di fabbriche e centrali elettriche, ogni sorta di progetto e perfino la distribuzione dei viveri. E così gli orsi in Romania aumentarono a dismisura, sempre di più e sempre più grosi. Tra i distretti venatori si scatenò una vera corsa al plantigrado da record per conquistarsi i favori del dittatore. Certo, avessero avuto lì, all'epoca, un Arno Kompatscher, oggi la Romania si troverebbe con meno orsi e l'Africa sarebbe parecchio più ricca. Posto che naturalmente Durnwalder non è Ceausescu, resta il fatto che il Consiorzio dei Comuni e il suo presidente (Kompatscher), sono rimasti intrappolati nella stesa logica della Romania comunista del tempo che fu. Non si spiega altrimenti il fatto che il cda del Consorzio si sia dovuto occupare di un fatto del tutto privato come il compleanno di Durnwalder, "per evitare che tra i Comuni si scateni una lotta per il regalo più bello", come lo stesso Kompatscher ha candidamente spiegato. Tutto ciò avviene perché, con Durnwalder, la distinzione tra yts pubblico-istituzionale e privato-personale nel corso degli anni si è liquefatta fino quasi a scomparire al punto che è la stessa Provincia a diramare in questi giorni i comunicati stampa relativi agli "Appuntamenti per i 70 anni del presidente Durnwalder". Tutto ciò non è una buona notizia per il nostro sistema democratico,. Perché il culto della personalità, dell'uomo solo al comando, non corrompe solo la personalità in questione, ma l'intera istituzione. L'intossicazione del sistema non promana solo dal carattere personale dell'uomo forte, ma dal campo di forze, fatto di incentivi e timori, che lo circonda e nel quale le persone perdono ogni dignità pur di compiacere al capo.
Ora, nell'Alto Adige del ventunesimo secolo, ad essere onesti, i sintomi di una certa intossicazione da culto di Durnwalder ci sono tutti.
Con una serie di ricadute che vanno dal grottesco all'irritante – e tra cui ricadono a pieno titolo l'intitolazione della biblioteca dell'Università e la sfilata d'onore di corpi volontari e Schtzen – ma che sono fondamentalmente innocue, e altre che innescano invece meccanismi di decisionismo autoreferenziale con effetti negativi durevoli sulla società sudtirolese. Durnwalder insomma, dentro il bagno di servilismo in cui si è abituato a sguazzare in questi vent'anni di presidenza, rischia oggi di essere più un problema che una risorsa. Un esempio, recentissimo: la questione della toponomastica. Un uomo delle istituzioni avrebbe colto al volo l'occasione storica offerta dalla Commissione paritetica Stato-Provincia. Un'occasione d'oro per chiudere il Novecento altoatesino senza vincitori né vinti, con conclusioni raggiunte all'unanimità. Bastava dare legittimità politica al lavoro svolto dai commissari per trovarci catapultati improvvisamente nel ventunesimo secolo. E invece niente. Durnwalder ha mandato all'aria tutto, screditando e sputando sull'onestà intellettuale di uomini come Willeit, Rainer e Denicolò - (componenti della commissione, i primi due nominati dallo stesso Durnwalder, il terzo dal ministro Fitto) – assolutamente certo di essere l'interprete unico, titolare inamovibile ed imperituro del sentimento popolare e dell'idea di "giusto mezzo", "equilibrio" e "ragionevolezza". Un'ipertrofia dell'io costruita mattone dopo mattone, anno dopo anno, da un modo di esercitare il potere spesso più autoritario che autorevole e legittimato nel tempo – con poche eccezioni, che pure ci sono – da una classe dirigente troppo spesso arrendevole e opportunista.
Da Alto Adige del 23 settembre 2011
INTOSSICAZIONE DA UOMO FORTE
di Mauro Fattor
A Posada, nei Carpazi rumeni, si trova il Muzeul Cinegetic al Carpatilor, ossia il Museo carpatico della caccia. Nella sala cosiddetta degli animali carnivori campeggia la pelle di un orso gigantesco, 650 kg al momento dell'uccisione, record mondiale per la specie orso bruno. Lì non te lo raccontano volentieri, ma quell'orso è una truffa: nutrito artificialmente per Ceausescu – il mediocre dittatore che con durezza e megalomania resse le sorti della Romania per 25 anni – e ucciso da Ceausescu stesso in una delle sue innumerevoli battute di caccia.
Trionfo del machismo carpatico. In quegli anni avere distretti che garantivano molti buoni orsi da abbattere, significava ingraziarsi il Conducator, altisonante parola rumena che vuole dire leader, capo, guida suprema. Da lui infatti dipendeva la localizzazione di fabbriche e centrali elettriche, ogni sorta di progetto e perfino la distribuzione dei viveri. E così gli orsi in Romania aumentarono a dismisura, sempre di più e sempre più grosi. Tra i distretti venatori si scatenò una vera corsa al plantigrado da record per conquistarsi i favori del dittatore. Certo, avessero avuto lì, all'epoca, un Arno Kompatscher, oggi la Romania si troverebbe con meno orsi e l'Africa sarebbe parecchio più ricca. Posto che naturalmente Durnwalder non è Ceausescu, resta il fatto che il Consiorzio dei Comuni e il suo presidente (Kompatscher), sono rimasti intrappolati nella stesa logica della Romania comunista del tempo che fu. Non si spiega altrimenti il fatto che il cda del Consorzio si sia dovuto occupare di un fatto del tutto privato come il compleanno di Durnwalder, "per evitare che tra i Comuni si scateni una lotta per il regalo più bello", come lo stesso Kompatscher ha candidamente spiegato. Tutto ciò avviene perché, con Durnwalder, la distinzione tra yts pubblico-istituzionale e privato-personale nel corso degli anni si è liquefatta fino quasi a scomparire al punto che è la stessa Provincia a diramare in questi giorni i comunicati stampa relativi agli "Appuntamenti per i 70 anni del presidente Durnwalder". Tutto ciò non è una buona notizia per il nostro sistema democratico,. Perché il culto della personalità, dell'uomo solo al comando, non corrompe solo la personalità in questione, ma l'intera istituzione. L'intossicazione del sistema non promana solo dal carattere personale dell'uomo forte, ma dal campo di forze, fatto di incentivi e timori, che lo circonda e nel quale le persone perdono ogni dignità pur di compiacere al capo.
Ora, nell'Alto Adige del ventunesimo secolo, ad essere onesti, i sintomi di una certa intossicazione da culto di Durnwalder ci sono tutti.
Con una serie di ricadute che vanno dal grottesco all'irritante – e tra cui ricadono a pieno titolo l'intitolazione della biblioteca dell'Università e la sfilata d'onore di corpi volontari e Schtzen – ma che sono fondamentalmente innocue, e altre che innescano invece meccanismi di decisionismo autoreferenziale con effetti negativi durevoli sulla società sudtirolese. Durnwalder insomma, dentro il bagno di servilismo in cui si è abituato a sguazzare in questi vent'anni di presidenza, rischia oggi di essere più un problema che una risorsa. Un esempio, recentissimo: la questione della toponomastica. Un uomo delle istituzioni avrebbe colto al volo l'occasione storica offerta dalla Commissione paritetica Stato-Provincia. Un'occasione d'oro per chiudere il Novecento altoatesino senza vincitori né vinti, con conclusioni raggiunte all'unanimità. Bastava dare legittimità politica al lavoro svolto dai commissari per trovarci catapultati improvvisamente nel ventunesimo secolo. E invece niente. Durnwalder ha mandato all'aria tutto, screditando e sputando sull'onestà intellettuale di uomini come Willeit, Rainer e Denicolò - (componenti della commissione, i primi due nominati dallo stesso Durnwalder, il terzo dal ministro Fitto) – assolutamente certo di essere l'interprete unico, titolare inamovibile ed imperituro del sentimento popolare e dell'idea di "giusto mezzo", "equilibrio" e "ragionevolezza". Un'ipertrofia dell'io costruita mattone dopo mattone, anno dopo anno, da un modo di esercitare il potere spesso più autoritario che autorevole e legittimato nel tempo – con poche eccezioni, che pure ci sono – da una classe dirigente troppo spesso arrendevole e opportunista.
Da Alto Adige del 23 settembre 2011
