giovedì, settembre 26, 2013

LEGGE PROVINCIALE SULLA TOPONOMASTICA:
IL GIOVERNO CHIEDE IL RINVIO DELL'UDIENZA
DAVANTI ALLA CORTE COSTITUZIONALE

Il Corriere dell'Alto Adige, il dorso altoatesino del Corriere della Sera, informa oggi 26 settembre che il governo ha chiesto il rinvio dell'udienza sul ricorso relativo alla legge provinciale sulla toponomastica che originariamente era fissata per l'8 ottobre.
Lo scopo è quello di attendere la modifica della legge provinciale con cui si dovrebbero togliere i punti più palesemente illegittimi della legge.
La modifica della legge provinciale non cambierebbe la strategia di fondo da parte tedesca che mira a cancellare il maggior numero possibile di nomi italiani.
C'è da scommettere che le modifiche sarano tali da favorire questa strategia.

giovedì, settembre 05, 2013

Rimpatriata a castel Tirolo

Conferita a castel Tirolo, nell’anniversario della firma dell’accordo di Parigi, l’onorificenza del Grand’Ordine di merito a dodici personalità, amici del Sudtirolo (e di Durnwalder).

Il marziano che giovedì 5 settembre, in tarda mattinata, fosse capitato a castel Tirolo, avrebbe avuto una visione decisamente sui generis della realtà altoatesina. Avrebbe certamente pensato che “Durnwalder” e “Südtirol” siano due sinonimi. E avrebbe creduto che il “Grand’Ordine di merito” sia una sorta di abbraccio o, meglio, una sonora pacca sulle spalle tra vecchi amici che si incontrano.
Le note della banda musicale di Tirolo cominciano a risuonare a mezza mattina. Le senti lasciandoti alle spalle la chiesetta paleocristiana di San Pietro, sopra Quarazze.
Tirolo (Dorf Tirol) è un’enclave monolingue in una regione plurilingue, come testimoniano i cartelli indicatori. Non solo quelli dei sentieri, ma anche quelli apposti dal comune. Un’isola di monocultura alle porte di una Merano multietnica e variopinta.
L’appuntamento è alle 11 e prevede il conferimento del Grand’Ordine di merito della Provincia autonoma di Bolzano a dodici personalità. “A quelli che sono rimasti nostri amici anche in tempi difficili”, spiegherà poco dopo Luis Durnwalder, presidente quasi emerito e, per un giorno, conte di Tirolo.
Nei cortili del castello, tra lo stupore dei visitatori paganti, si accalca il fior fiore della società e (soprattutto) della politica altoatesina. Un assortimento che fa invidia solo al bestiario romanico raffigurato sui due magnifici portali della Sala dei cavalieri.
I cavalieri ci sono davvero: assessori e assessore provinciali, metà alla sinistra, metà alla destra del principe. Vis a vis, schierati in ordine alfabetico, i dodici apostoli. I dodici premiati. Per la verità sono rimasti in undici, non perché uno abbia tradito, ma perché Erwin Pröll, capitano del Land di St. Pölten, è stato trattenuto altrove da un qualche contrattempo. Unica lacuna. Il resto fila tutto alla perfezione. La direttrice del maniero, in uniforme da castellana, fa gli onori di casa (“…die Blumen sind in Ordnung?”), gli eroici funzionari del gabinetto presidenziale assicurano, con la consueta discrezione, che il protocollo sia rispettato. A cornice della giunta sono schierati alcuni anziani scizzeri del paese, armati di alabarda, e quattro passiresi titolari di altrettanti Masi dello Scudo. Il principe ereditario Arno Kompatscher, seduto a lato, è venuto a vedere “come si fa”.
Il bravo presentatore richiama due volte all’ordine ma le voci in sala si placano solo quando il violino e l’arpa di due musiciste del Conservatorio bolzanino attaccano a suonare.
Ora c’è silenzio. Si alza Durnwalder e saluta i presenti. “In Tirolo”, esordisce, “si saluta per primo il clero… anche questi sono valori”. Boh. Forse il vescovo e l’abate di Gries avrebbero preferito mantenere un francescano basso profilo. Ma poi il presidente prende a spiegare il senso di questa sorta di “festa nazionale”, legata alla ricorrenza della firma dell’Accordo di Parigi, racconta di due guerre, due dittature, dei torti subiti… “Sudtirolesi di lingua tedesca, italiana e ladina”: si lascia sfuggire pure questa eretica espressione. Dà un colpo al cerchio della politica e uno alla botte della storia: cita i “patrioti” degli anni Sessanta ma riconosce che la soluzione fu trovata poi dai “democratici dell’una e dell’altra parte”.
Ecco, ora passa a parlare dei premiati con un “discorso alla Orson Welles”, secondo la definizione di Gianclaudio Bressa. Per ognuno c’è, come si diceva, una vigorosa pacca sulle spalle. Per lo stesso Bressa, “sempre pronto ad accogliere e ad ascoltare le delegazioni provenienti dal Sudtirolo”. Per Lorenzo Dellai: “Abbiamo bisogno dei trentini che sono ‘italiani doc’, ma sono anche trentini…”. Con Manfred Fuchs, che collaborò alle missioni spaziali Ariane 1, Spacelab e Columbus, Durni sembra sognare un satellite tutto altoatesino. Di Michael Häuptl, sindaco di Vienna, loda il democratico decisionismo, di Peter Jankowitsch spiega che in giovane età fu il più giovane ambasciatore austriaco, “laggiù in Senegal” (“in Senegal untn”). Waltraud Klasnic, a lungo presidente della Stiria, è ringraziata per la collaborazione a livello europeo e a Claudia Schmied, ministra austriaca dell’istruzione, confessa che l’assessora Kasslatter Mur, tutte le volte che la incontra, “poi ci parla sempre per mezzo pomeriggio di te”. Tutti si danno del tu, ovvio, perché è davvero una grande rimpatriata. Gli ultimi della serie sono l’ex cancelliere Wolfgang Schüssel (“Quante volte siamo venuti a Vienna a parlare con te…”), l’ex presidente della Baviera Edmund Stoiber (“Tirolesi e bavaresi siamo sempre andati d’accordo con l’eccezione del periodo napoleonico…”), l’ex governatore di Renania-Palatinato e Turingia Bernhard Vogel e, dulcis in fundo, Wendelin Weingartner, già capitano del Tirolo. Qui un frammento di vera storia, ricordando il momento in cui si poté pacificamente rimuovere la sbarra al confine italo-austriaco.
Il discorso di Durnwalder è durato più di un’ora. Alla fine la parola passa a Bressa e a Schüssel. Il primo confessa, commosso: “Questo premio è lo specchio della tua politica”. Il secondo vola più alto. Ricorda come oggi la gran parte dei cittadini di tutti i gruppi si senta sudtirolese/altoatesina. Ironizza sul fatto che l’Alto Adige vorrebbe essere l’ombelico del mondo (“In ogni caso un ombelico molto bello”). In tempo di euroscetticismo a buon mercato, spezza più di una lancia a favore del progetto Europeo. Ricorda le parole dei trattati di Roma del 1957 (“Noi cittadini europei siamo uniti per nostra fortuna…”) e la fondazione della Comunità europea. Un progetto che in qualche modo, come la nostra autonomia, partì proprio a Parigi, quel 5 settembre del 1946.
Paolo Bill Valente

05.09.2013
Fonte: http://www.salto.bz/de/article/05092013/rimpatriata-castel-tirolo

martedì, settembre 03, 2013

INCHIESTA
Alto Adige, convivenza ferita nella «guerra» dei cartelli

Si torna a litigare sui toponimi? Allora è la volta buona per sostituire anche il nome italiano Vetta d’Italia e quello tedesco Klockerkarkopf. «Chiamiamola Europaspitze - Vetta d’Europa!». Vola alto l’associazione Mountain Wilderness. Ma vola ben al di sopra la contesa etnica sulla toponomastica, che si è riaperta in questo mese in Alto Adige (dove il 70% della popolazione è di lingua tedesca).
Lo statuto d’autonomia imporrebbe che i toponimi – sia in pianura che in montagna – fossero bilingui, ma “sul terreno” molti cartelli sono ancora monolingui e circa 8mila toponimi sono contestati perché «di parte» o «artificiosi» (quelli del periodo fascista) da gruppi di lingua tedesca o, per motivi analoghi, di lingua italiana.
Il dibattito si era riacceso nel 2009, quando il Cai chiese di ripristinare il bilinguismo nei sentieri di montagna, e poi nel 2012, quando la fresca legge provinciale in materia fu impugnata dal governo Monti davanti alla Corte Costituzionale.
Ai primi d’agosto è scoppiato di nuovo attorno ad un accordo parziale tra il governatore Luis Durnwalder e il ministro agli Affari regionali Graziano Delrio (in vista del memorandum firmato il 5 agosto dal premier Letta a Bolzano) che hanno deliberato su 1.526 toponimi solo di montagna, con alcune scelte contestate nel merito e soprattutto nel metodo. «Abbiamo lavorato sulla base dei criteri individuati due anni prima assieme al ministro Fitto», si è difeso Durnwalder, rispondendo ai partiti della destra italiana che lo accusavano di «un lavoro sporco, un inciucio trasversale», come ha detto Alessandro Urzì, di "Alto Adige nel cuore". Ma l’intesa ha deluso anche i leader alleati del centrosinistra, rimasti esclusi dal confronto romano: «Quest’approccio è sbagliato perché una questione così spinosa non si risolve facendo delle conte, per di più in un ristretto gruppo di persone», ha dichiarato il verde Florian Kronbichler, parlamentare di lingua tedesca, che si è lamentato col ministro Delrio ottenendo la promessa di una consultazione più ampia nei prossimi passaggi.
Inarrestabile la valanga di commenti sui social network di Bolzano. A conferma che la toponomastica fa ancora scintille, sulle quali soffiare ad ogni ricorrenza utile. E giovedì 5 settembre è l’ anniversario dell’Accordo di Parigi del 1946 con cui Alcide De Gasperi e il collega ministro degli esteri austriaco Karl Gruber davano una garanzia costituzionale alla popolazione di lingua tedesca e ladina, prevedendo che la toponomastica debba essere bilingue (o trilingue nelle aree ladine). Da allora alcuni nomi sono andati persi o risultano “intraducibili”, altri storpiati o inventati per assonanza o analogia, altri forzatamente cancellati in un braccio di ferro, spesso strumentale, fra alcuni gruppi della popolazione di lingua tedesca e italiana.
La storia viene riletta in modo diverso.
Non si riconosce che gran parte dei toponimi nascono di origine tedesca, ma anche che molti centri – come Merano e Brunico – hanno da sempre il loro nome italiano. Si ricorda la forzata italianizzazione fascista ad opera del cartografo irredentista Ettore Tolomei, il quale peraltro già nel 1916 aveva concluso il suo "Prontuario" sui termini italiani. O s’invoca il criterio scientifico dell’uso, ma scontrandosi con le numerose varianti locali.
Una via d’uscita? «Il problema di fondo non è quanti e quali toponimi salvare – osserva pacatamente Paolo Valente, storico meranese, – ma è il riferimento al principio basilare per cui un gruppo linguistico non può decidere sugli usi (linguistici) di un altro gruppo linguistico (minoritario). È un principio che si pone a fondamento di una convivenza autentica e non solo di facciata». In altre parole, esemplifica Valente, in Alto Adige solo i tedeschi devono avere la facoltà di decidere quali sono i nomi tedeschi da usare. Così pure gli italiani e i ladini.
Diego Andreatta
3 settembre 2013 - L'AVVENIRE