ALTO ADIGE * 27 gennaio 2011
E’ LA FINE DELLE ILLUSIONI
di Paolo Campostrini
Su un foglio vergato nella semioscurità di qualche anfratto del Transatlantico viene, in un colpo solo, sancita la fine dell’autonomia intesa come tavolo territoriale di soluzioni condivise, defenestrato il centrodestra altoatesino dal suo ruolo di tradizionale portatore delle istanze nazionali e identitarie, ridotta in cenere la sua credibilità e anche quella di questo governo quale interlocutore
affidabile nelle questioni che ci riguardano, polverizzato il ruolo di Bolzano come laboratorio di una
possibile fuoriuscita «storicizzata » dalle tensioni del Novecento.
Siamo senza parole.
Come lo è, immaginiamo, anche la Biancofiore. Voleva un tricolore in ogni maso ma è proprio il suo ministro a muoversi come il padrone della Stube. Che cammina con gli scarponi chiodati nella cristalleria dei monumenti, barattando un percorso appena avviato tra italiani e tedeschi sul filo delle rispettive sensibilità simboliche per un paio di voti, neppure indispensabili.
Così, giusto per arraffare.
E’ un brutto giorno per tutti noi, altoatesini e sudtirolesi.
Lo è anche per la Südtiroler Volkspartei. Perché se volevamo lasciarci alle spalle duci e fasci, dovevamo farlo qui, a casa nostra, insieme.
Svp e Pd, Pdl e Verdi. Sindaco e Landeshauptmann (il presidente della provincia Luis Durnwalder).
Lo ha fatto Bondi che non sa nulla di noi. Lo ha fatto l’Svp che invece sa tutto ma che non ha saputo, una volta di più, sfuggire al suo ancestrale riflesso condizionato, quasi una ferita antropologica che la spinge a intascare ogni assegno, anche se frutto di denaro riciclato.
Per questo l’ accordo è un fallimento. Perché doveva nascere a Bolzano. Non si tratta di proteggere politicamente (semmai culturalmente) simboli derelitti, qui nessuno difende Mussolini:
si tratta semplicemente di difendere la libertà di liberarcene da soli. Gli italiani (e i tedeschi) meritavano di più.
Per questo l’amarezza è palpabile.
Drammaticamente nel Pdl. Ma evidente anche nel Pd. Che una intesa su questo terreno inseguiva da anni. Ma non una resa. Storicizzare il Monumento era un percorso avviato e in questo Bondi non ha aggiunto nulla.
Ma svellere un marmo è un’operazione brutalmente simbolica.
Che rompe una tregua e spezza una speranza di condivisione. Che proprio per la sua valenza materica potrebbe tradursi per l’Svp in una vittoria di Pirro. Perchè Durnwalder, e la Thaler e Brugger e tutti quelli che ora gioiscono, potranno vendersi questa estorsione politica come un successo nelle loro ridotte di valle minacciate dai Freiheitlichen, ma produrrà nella società altoatesina e sudtirolese più consapevole un vulnus quasi irreparabile e negli altoatesini meno moderati uno spirito di rivalsa difficilmente sanabile. Le ferite resteranno aperte, il dibattito sui simboli sostituirà ancora per anni quello sulle cose.
Ma c’è di più.
Ora sappiamo di essere soli. Bolzano non ha più padri (quelli dell’autonomia del secolo scorso) e neppure padrini (il governo Berlusconi).
Fini e il cavaliere che arringavano le folle sotto la Vittoria sono un’ombra che sfuma nel mito.
Siamo orfani.
Gli italiani dell’Alto Adige sono all’alba di un nuovo giorno dove i compagni di strada saranno la disillusione ideologica e il disincanto politico. Ma è bene così. I partiti italiani dovranno rimboccarsi le maniche, saper produrre un’interlocuzione credibile rispetto all’Svp, fare squadra.
Pdl e Pd, pur nella diversità della tradizione politica e nella disaffinità ideologica, sono chiamati ad individuare terreni condivisi e fare massa critica, per costituirsi polo di interessi se non di culture.
E anche il centrodestra, che esce devastato da questa vicenda, può trarre una dura lezione.
Roma è lontana anche per loro: Berlusconi pensa ai suoi affari, Bondi al suo dicastero, Fini al suo partito. La Biancofiore non sappiamo cosa potrà dire, Holzmann non potrà che ribadire la necessità di un dialogo con l’Svp ma anche col Pd. Il tempo delle urla è finito. Anche perché nessuno ci ascolta.
E’ LA FINE DELLE ILLUSIONI
di Paolo Campostrini
Su un foglio vergato nella semioscurità di qualche anfratto del Transatlantico viene, in un colpo solo, sancita la fine dell’autonomia intesa come tavolo territoriale di soluzioni condivise, defenestrato il centrodestra altoatesino dal suo ruolo di tradizionale portatore delle istanze nazionali e identitarie, ridotta in cenere la sua credibilità e anche quella di questo governo quale interlocutore
affidabile nelle questioni che ci riguardano, polverizzato il ruolo di Bolzano come laboratorio di una
possibile fuoriuscita «storicizzata » dalle tensioni del Novecento.
Siamo senza parole.
Come lo è, immaginiamo, anche la Biancofiore. Voleva un tricolore in ogni maso ma è proprio il suo ministro a muoversi come il padrone della Stube. Che cammina con gli scarponi chiodati nella cristalleria dei monumenti, barattando un percorso appena avviato tra italiani e tedeschi sul filo delle rispettive sensibilità simboliche per un paio di voti, neppure indispensabili.
Così, giusto per arraffare.
E’ un brutto giorno per tutti noi, altoatesini e sudtirolesi.
Lo è anche per la Südtiroler Volkspartei. Perché se volevamo lasciarci alle spalle duci e fasci, dovevamo farlo qui, a casa nostra, insieme.
Svp e Pd, Pdl e Verdi. Sindaco e Landeshauptmann (il presidente della provincia Luis Durnwalder).
Lo ha fatto Bondi che non sa nulla di noi. Lo ha fatto l’Svp che invece sa tutto ma che non ha saputo, una volta di più, sfuggire al suo ancestrale riflesso condizionato, quasi una ferita antropologica che la spinge a intascare ogni assegno, anche se frutto di denaro riciclato.
Per questo l’ accordo è un fallimento. Perché doveva nascere a Bolzano. Non si tratta di proteggere politicamente (semmai culturalmente) simboli derelitti, qui nessuno difende Mussolini:
si tratta semplicemente di difendere la libertà di liberarcene da soli. Gli italiani (e i tedeschi) meritavano di più.
Per questo l’amarezza è palpabile.
Drammaticamente nel Pdl. Ma evidente anche nel Pd. Che una intesa su questo terreno inseguiva da anni. Ma non una resa. Storicizzare il Monumento era un percorso avviato e in questo Bondi non ha aggiunto nulla.
Ma svellere un marmo è un’operazione brutalmente simbolica.
Che rompe una tregua e spezza una speranza di condivisione. Che proprio per la sua valenza materica potrebbe tradursi per l’Svp in una vittoria di Pirro. Perchè Durnwalder, e la Thaler e Brugger e tutti quelli che ora gioiscono, potranno vendersi questa estorsione politica come un successo nelle loro ridotte di valle minacciate dai Freiheitlichen, ma produrrà nella società altoatesina e sudtirolese più consapevole un vulnus quasi irreparabile e negli altoatesini meno moderati uno spirito di rivalsa difficilmente sanabile. Le ferite resteranno aperte, il dibattito sui simboli sostituirà ancora per anni quello sulle cose.
Ma c’è di più.
Ora sappiamo di essere soli. Bolzano non ha più padri (quelli dell’autonomia del secolo scorso) e neppure padrini (il governo Berlusconi).
Fini e il cavaliere che arringavano le folle sotto la Vittoria sono un’ombra che sfuma nel mito.
Siamo orfani.
Gli italiani dell’Alto Adige sono all’alba di un nuovo giorno dove i compagni di strada saranno la disillusione ideologica e il disincanto politico. Ma è bene così. I partiti italiani dovranno rimboccarsi le maniche, saper produrre un’interlocuzione credibile rispetto all’Svp, fare squadra.
Pdl e Pd, pur nella diversità della tradizione politica e nella disaffinità ideologica, sono chiamati ad individuare terreni condivisi e fare massa critica, per costituirsi polo di interessi se non di culture.
E anche il centrodestra, che esce devastato da questa vicenda, può trarre una dura lezione.
Roma è lontana anche per loro: Berlusconi pensa ai suoi affari, Bondi al suo dicastero, Fini al suo partito. La Biancofiore non sappiamo cosa potrà dire, Holzmann non potrà che ribadire la necessità di un dialogo con l’Svp ma anche col Pd. Il tempo delle urla è finito. Anche perché nessuno ci ascolta.
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