mercoledì, ottobre 05, 2011

Toponimi, appello del Cai a Napolitano
Il presidente Broggi: inaccettabile la trattativa privata tra Durnwalder e Fitto

BOLZANO. Ci hanno provato in tutti i modi. Sono stati equilibrati, propositivi, hanno evitato derive nazionaliste. Sono stati realisti e si sono tenuti lontani da posizioni ideologiche e preconcette. La loro bibbia è stata lo Statuto di Autonomia. Risultato: tante porte chiuse e nessuna possibilità di incidere sulle scelte concrete. Alla fine si sono stufati. Queste le ragioni della lettera-appello inviata dal Cai Alto Adige al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano sulla questione toponomastica. Una lettera che, nel caso specifico, è spia di un malessere, ma che tocca nella sua essenza un problema di portata molto più ampia e che riguarda, diciamo così, lo stile di conduzione della cosa pubblica in Alto Adige, a maggior ragione quando riguarda temi sensibili quali certamente sono i temi etnici. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Broggi, presidente del Cai Alto Adige, l'uomo che ha firmato la lettera a Napolitano.
L'appello al presidente della Repubblica è un segnale politicamente forte ma anche, di fatto, l'ammissione di una sconfitta.
«Sì, in parte è così, inutile nasconderlo. Come Club alpino ci siamo dati moltissimo da fare per arrivare ad una soluzione equilibrata e condivisa e abbiamo partecipato a decine di incontri, a diversi livelli. Ad un certo punto però ci siamo resi conto che stavamo lavorando per niente e che le decisioni venivano prese altrove seguendo altre logiche, che con noi non c'entravano nulla».
Che cosa vi ha aperto gli occhi?
«Il fatto che tutte le nostre proposte, tutti i nostri suggerimenti siano caduti nel vuoto. Totalmente ignorati».
La questione si è infilata nei binari di una trattativa privata tra Durnwalder e il ministro Fitto.
«Sì, ed è un errore madornale. Su una materia delicata come questa è insensato e velleitario pensare a soluzioni calate dall'alto o a trattativa privata. Esistono solo soluzioni dal basso, partecipate e condivise. La politica deve lavorare con la società civile e con le associazioni, non esistono altri modi per arrivare a soluzioni durature. Altrimenti sotto la cenere continuerà ad ardere della brace».

Questo è lo stile di governo del presidente Durnwalder.
«Capisco che Durnwalder abbia dei problemi dentro il suo partito e con una destra tedesca che lo incalza, ma quello che è accaduto in questi mesi, con il nostro lavoro e quello della Commissione paritetica Stato-Provincia gettati letteralmente alle ortiche, ci ha lasciato veramente sbigottiti. Durnwalder ha un metodo di lavoro che, di fatto, finisce col rinfocolare le polemiche e allontanare la soluzione del problema».
In alcuni momenti di questa lunga vertenza si è avuta veramente l'impressione che una soluzione di compromesso fosse possibile.
«Lo è, e lo era. La nostra stessa proposta, con 2500 toponimi italiani da salvare contro gli 8000 del prontuario di Tolomei, è una soluzione che spalanca praterie rispetto all'ipotesi di un compromesso condiviso. Risultato: come se non esistesse».
L'Alpenverein ha avuto spesso modo di confrontarsi con il presidente della giunta provinciale sulla questione toponomastica. Perchè anche voi non gli avete esternato dubbi e perplessità?
«Non siamo mai stati convocati. Mai avuto la possibilità di confrontarci con Durnwalder sulla questione dei toponimi».
E con gli assessori italiani?
«Sono sempre stati molto attenti e disponibili, sia Tommasini che Bizzo».
Qualche mese fa avevate lanciato una proposta coraggiosa: quella di cambiare il nome della Vetta d'Italia in Vetta d'Europa, oltre ogni possibile nazionalismo. Con quali risultati? «Zero. L'Avs non ci ha mai risposto ufficialmente, abbiamo solo saputo informalmente che la consideravano non praticabile»
Come sono oggi i vostri rapporti con l'Alpenverein?
«Comunque ottimi, e ne sono felice. Abbiamo deciso di comune accordo di evitare il tema toponomastica: abbiamo sensibilità e aspettative troppo diverse e lontane».
Decisionismo a parte, come valuta il Cai il merito delle proposte di Durnwalder sulla questione?
«Piuttosto male. Non ci piace l'idea di una bilinguismo diffuso e puntiforme in fondovalle e di un sovrabbondante monolinguismo in quota. È un'idea che tradisce un pregiudizio: che gli italiani non conoscano, non pratichino e non siano interessati al territorio. Una colossale sciocchezza».
Fonte: Alto Adige del 5 ottobre 2011